AS.TRO Assotrattenimento 2007

I problemi del gestore di Awp e i margini per abbatterli

Dopo aver letto l’opinione dell’amico Massimiliano Quadrelli, ho sentito il bisogno di intervenire in quello che oramai possiamo chiamare il permanente “laboratorio del gestore”, l’iniziativa che AS.TRO ha allestito sin dallo scorso PGS, e che, da quel giorno, si propone di acquisire costantemente, tramite periodici sondaggi, riunioni sul territorio, dichiarazioni pubbliche dei consiglieri, le opinioni dei gestori, i loro timori, i loro problemi quotidiani.

Personalmente ho ritenuto utile passare ai raggi x la mia azienda, e, dopo aver analizzato i fattori che maggiormente incidono nella patologia del lavoro, ho condiviso con amici e colleghi una scaletta di fenomeni e circostanze che statisticamente si connotano di negatività.

Il punto che assimila realtà anche molto diverse e lontane dal punto di vista territoriale, è la gestione del rapporto con il pubblico esercente secondo criteri di normalità, di aderenza ai principi economici e giuridici che dovrebbero connotare le relazioni tra chi propone una offerta di gioco lecito (che richiede investimenti e forza lavoro) e chi l’accetta. Con “sana e fisiologica invidia” si riscontra come lavorano certi operatori che “mettono in riga” l’esercente con R.I.D. e autonoma dotazione di monete, e come lavorano molti gestori gestori, sempre pronti al suicidio finanziario delle offerte e contro-offerte commerciali, per fare o resistere ad una concorrenza il cui unico effetto è la errata esaltazione delle capacità negoziali del locale che ospita l’offerta di gioco.
Come è possibile che dilazioni sulla esazione incassi, contributi sull’adeguamento dei locali, disponibilità di personale h. 24, ritocchi agli aggi, vengano richiesti proprio a noi, che siano gli artefici delle performance degli apparecchi, ovvero creatori di quella rendita senza la quale il locale sarebbe in difficoltà (se non a rischio chiusura). Come è stato possibile arrivare al punto in cui ci troviamo oggi, dove il mercato della gestione indiretta degli apparecchi non si basa sulla qualità del servizio, ma sull’appetibilità dell’offerta di “ingresso” nel locale? Dare tutta la colpa ai gestori con “offerta facile” può essere riduttivo, benché sia evidente che sul punto sia necessaria una regola il cui rispetto diventi condizione di mantenimento della licenza del gestore.
Dal mio punto di vista, il sistema del gioco lecito ha (per certi versi correttamente) inteso la filiera delle AWP come caratterizzata da una necessità di bonifica degli operatori, attraverso l’espulsione dal circuito delle aziende colte in flagranza di irregolarità. I ritmi di tale bonifica, tuttavia, unitamente ad una certa intrinseca difficoltà di poter raggiungere un pieno successo, suggeriscono di affiancare a questa strategia un altro profilo: collocare l’esercente in un quadro di regole molto semplici e basilari sufficienti a trasformarlo da passivo “uditore” delle offerte commerciali, ad attivo artefice della selezione responsabile del proprio partner in affari .
Sino ad oggi nessuno si è posto il problema di rendere l’esercente parte attiva dei processi amministrativi perché il gestore lo manleva dalla necessità di conoscenza e dall’etica del rispetto degli accordi presi. Sino ad oggi nessuno ha pensato che almeno il 50% del parco macchine esiste non per merito dei custodi dell’apparecchio ma per la costante presenza solidale del gestore, che si fa carico di quella puntualità di adempimento che l’esercente, spesso, non può o non vuole assimilare.
Prendendo a prestito l’espressione dell’amico Quadrelli, si potrebbe dire che la diatriba sollevata rischia di impantanarsi alla stregua del dilemma “sulla gallina che viene prima dell’uovo” o viceversa. E’ evidente, infatti, che tutti i bar che da domani dovessero essere sottoposti ad una mutazione repentina di rapporto in senso di “etica e responsabilità” troverebbero consolazione immediata nell’operatore dalla facile offerta. Tuttavia credo che sia incontestabile il dato secondo il quale un lavoro come il nostro, fondato su margini così stretti di ricavi ed incidenza così alta del lavoro, non può più sobbarcarsi l’onere di rispondere, oltre che del proprio adempimento anche di quello dell’esercente, “drogando” il mercato e facendo credere che esista una ricchezza che non c’è.

Pertanto, se è vero che senza una bonifica all’interno della categoria, certi operatori dalla offerta facile saranno sempre in grado di fare danni al mercato, è altresì vero che senza una vera chiamata alle regole diretta agli esercenti (in grado di rendere la scelta di ospitare gioco lecito un passo più delicato e formale rispetto alla individuazione del fornitore di bibite), la concorrenza avrà sempre delle connotazioni di patologia più o meno gravi.
Personalmente credo che sia arrivato il tempo di superare l’enigma biologico uovo-gallina, e prendere coscienza che, per avere un mercato sano, anche la figura dell’esercente che ospita l’offerta di gioco debba mutare sensibilmente.
Solo un “esercente diverso” può accelerare la selezione degli operatori a vantaggio di chi crede nelle imprese strutturate e dotate di processi aziendali ottimizzati per fornire servizi efficienti.

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