AS.TRO Assotrattenimento 2007

As.tro replica ai parlamentari dell’I.d.v.: il gioco non e’ un settore criminale, ne’ un ricettacolo di privilegi

Partiamo dal doveroso rispetto istituzionale che si deve alle opinioni dei Parlamentari (anche a quelle che si rivelano errate o frutto di mero strumento per il confronto politico tra maggioranza e opposizione). Proseguiamo con l’analisi delle dichiarazioni apparse sulla stampa di settore e attribuite rispettivamente all’On. le DI STANISLAO e all’On. le BARBATO (entrambi dell’IDV).

Il primo, evidenzia la infiltrazione della criminalità nelle attività di gioco, senza cogliere la distinzione iniziale tra gioco lecito e gioco illegale.

Il secondo, descrive il gioco lecito come asservito alle logiche partitocratriche della maggioranza di Governo, attribuendo a tale caratteristica il mancato ricorso a inasprimenti tributari sul GIOCO nell’ambito di una manovra finanziaria che colpisce duramente i lavoratori del pubblico impiego.

Analizzando nel complesso le due prese di posizione, unitamente alla pervicacia con cui molti parlamentari ancora etichettano la procedura in svolgimento davanti alla Corte dei Conti come la “grande evasione dei 98 miliardi”, otteniamo un quadro contenente troppe inesattezze (e troppe cattiverie gratuite) sulla realtà del sistema gioco lecito in Italia, per poter essere giustificato da “sola” disinformazione. E’ evidente, infatti, che si è creato un assioma mentale, in virtù del quale il GIOCO è un “affare” di una parte politica, e l’”altra parte” lo detesta di conseguenza.

Da tali premesse è difficile imbastire una rispettosa contro-analisi, ma si cercherà ugualmente di adempiere al ruolo istituzionale di una associazione di categoria, confidando che l’onestà intellettuale sappia ricavarsi un diritto di cittadinanza anche tra coloro che non amano un sistema amministrativo che da tempo ha lasciato i partiti sulla soglia della porta (e forse per questo cresce ogni anno).

Rappresentare e denunciare le infiltrazioni criminali nell’ambito del gioco illegale e nell’”industria del divertimento”, rivela una grave confusione di principio: il gioco illegale – per definizione – è gestito da soggetti criminali, e più è complesso l’oggetto del delinquere, più sarà organizzato l’agente che lo esercita.

Il sistema del gioco – lecito, pertanto, è parte lesa nei confronti del suo antagonista “storico”, ovvero il gioco “non regolare e fiscalmente clandestino”, e dal 2004 richiede inutilmente alla politica una normativa di efficacia deterrente significativa, che risolva le ambiguità “italiche” sull’articolo 88 del TULPS, e che consenta di far tremare i polsi a chi installa apparecchi da gioco clandestini: sino ad oggi, purtroppo, si riscontra unicamente un orientamento Legislativo che ritiene di tutelare la sua” quinta industria” solo con modeste sanzioni pecuniarie amministrative, e che non riconosce il ruolo delle associazioni di categoria come fattori di “partecipazione” ad un progetto di sicurezza sui Territori (che tanto aiuto potrebbe dare all’opera quotidiana delle Forze dell’ordine).

Le infiltrazioni della criminalità nel gioco lecito, invece, (ovvero la tenuta industriale del comparto), sono un aspetto diverso: il gioco in quanto industria non può chiamarsi fuori da tutte le precauzioni che devono essere messe in campo per impedire il reinvestimento di capitali illeciti al suo interno, ma non esistono dati che confermino la appetibilità del “sistema gioco lecito” come serbatoio di riciclaggio privilegiato; la “residualità di ricavo” che contraddistingue il sistema italiano, infatti, unitamente alla grande incidenza del fattore – lavoro nell’industria del gioco e all’onerosità degli investimenti occorrenti nel tempo per mantenere l’allestimento dell’offerta, rendono inverosimile che la criminalità “battezzi” il gioco lecito per reinvestire i suoi capitali. Al più sarà verosimile che proprio alcune imprese, fortemente indebitate per allestire le offerte di gioco lecito, siano aggredite da finanziatori esterni di dubbia moralità, ma ciò è ampiamente controllabile dagli ordinari strumenti di movimentazione finanziaria già connotanti il nostro Ordinamento.

Quanto ai “privilegi” di cui il settore GIOCO godrebbe, un minimo di cronistoria è sufficiente per smentire l’assunto, ma più di ogni altra considerazione, l’analisi dei ristretti margini di ricavo che contraddistinguono il settore del gioco svela “quanto poco privilegiato” sia il comparto in questione.

Quanto ai “grandi evasori fiscali” che per l’On. le Barbato sarebbero contenuti nella categoria del gioco lecito, nonché salvaguardati dalla “partitocrazia”, esistono atti Ufficiali del Parlamento che chiariscono la c.d. “vicenda dei 98 miliardi”; solo chi non li ha letti, ancora si ostina a chiamare evasione fiscale una vicenda attinente a penali contrattuali attinenti le modalità di esecuzione di un rapporto concessorio, la cui “bontà” complessiva “a livello di sistema” è testimoniata dalle performance erariali sedimentate nel tempo e in costante crescita.

Volendo concludere con il medesimo rispetto con cui si è iniziato, si invitano i Parlamentari a leggere gli atti della Camera di appartenenza, ma soprattutto le relazioni Ufficiali dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, prima di cavalcare luoghi comuni che, prima o poi, trovano sempre un fisiologico ridimensionamento sia dei loro contenuti, sia dei rispettivi divulgatori.

La verità è un’altra:

Il Gioco lecito è un sistema complesso che si regge su equilibri delicati, in quanto:

  • è interamente governato da una Diramazione Ministeriale a impronta tecnica, che recepisce le linee guida del Legislatore e le traduce in proiezioni di sviluppo del comparto che siano compatibili con la “tenuta” del sistema e il suo “controllo”;

  • è caratterizzato da margini di ricavo molto bassi, elevata concorrenzialità e da investimenti molto onerosi che selezionano gli operatori sulla base delle rispettive patrimonializzazioni, ma soprattutto sulla rispettiva capacità di ammortizzare grandi spese tramite pratiche commerciali estremamente controllate e richiedenti capacità manageriali di non facile reperibilità;

  • lotta quotidianamente con il suo antagonista storico (il gioco illegale), e nonostante sia privo di norme che lo tutelino efficacemente, conquista sistematicamente quote di mercato tramite un processo di ammodernamento delle offerte di gioco proposte ai consumatori, ai quali certa “etica bacchettona” non insegna a rifiutare il gioco irregolare, ma a considerare “malaffare” tutto il gioco (regolare o irregolare che sia);

  • ha lasciato “sulla soglia” certi “influssi e tentacoli politici.

OGGI nessun partito può “condizionare il gambling”, perché il GIOCO non è come l’energia, l’editoria, l’acqua, il trasporto, ecc., ovvero attività “a gestione tradizionalmente politica”, a reddito garantito e ritorno elettorale assicurato dalle pratiche clientelari. Nel Gioco i soldi di spendono per davvero, e per rientrare degli investimenti ci vogliono capacità che non si conciliano con i favori.

Certo è, tuttavia, che un influsso politico c’è ed è molto penetrante: la inarrestabile bramosia di concepire il GIOCO come industria di serie B cui chiedere introiti erariali sempre maggiori e sempre meno coerenti con la logica dell’ordine e dell’equilibrio che il sistema di regolamentazione interno vorrebbe perseguire. Chiunque abbia a cuore un sistema di gioco lecito “migliore” ha molto da studiare, ma per ben iniziare potrebbe comunque propugnare un quadro sanzionatorio più efficace, magari chiedendo all’Amministrazione di riferimento e alle categorie di rappresentanza di spiegare le c
ondotte che più di ogni altre possono essere destinatarie di “attenzione repressiva” da parte dello Stato. “In men che non si dica” (e a costo zero) si darebbe al sistema la forza “strappare” all’illegalità un’altra fetta di mercato, scalando ancora i gradini della raccolta.

Il timore (a cui non ci si piega) è che si voglia tenere il GIOCO in un limbo, che consenta a chi voglia denigrarlo qualche margine logico, e a chi voglia usarlo come risorsa di emergenza, un qualche margine di calcolo creativo. Questa logica poteva reggere “agli albori”, prima che 300.000 apparecchi per gioco lecito connessi alla rete pubblica di gestione telematica sostituissero 600.000 videopoker fiscalmente clandestini, realizzando un incasso erariale di solo PREU di oltre 270 milioni al mese. Adesso, con questi volumi, è giunta l’ora di scegliere se “accettare” il GIOCO LECITO (e quindi tutelarlo), oppure rifiutarlo (e con esso il PREU, i livelli occupazionali garantiti e la sconfitta del gioco illegale).

La politica (buona) è de-cisione, tutto il resto non interessa più a nessuno.  

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