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Decreto Dignità: il commento di Paolo Gioacchini sul divieto di pubblicità

L’iter di conversione del “decreto dignità” ha scatenato un fortissimo dibattito che, in virtù del fatto che prevede uno stop alla pubblicità e alle sponsorizzazioni, ha coinvolto anche il settore del gioco.

Come raramente è accaduto in passato, l’attenzione mediatica sul provvedimento ha fatto emergere posizioni a favore del gioco legale anche di soggetti “esterni” al settore e che non possono che trovare il sostegno da parte di chi certe tesi (effetti del proibizionismo) le sostiene da sempre ma che vengono screditate per essere frutto di interessi “di parte”.

Tante e, ovviamente non tutte uniformi, le considerazioni fatte. Alcune giuste, altre decisamente discutibili in quanto frutto di quella rinomata superficialità e approssimazione che contraddistingue quasi tutti i provvedimenti sul mondo del gioco e che troppo spesso paghiamo sulla nostra pelle.

Alla luce del recentissimo inserimento nel decreto di un articolo che dispone ulteriori, scellerati e insostenibili aumenti di tassazione sugli apparecchi, il dibattito è destinato ad aumentare ulteriormente.

Senza entrare in merito a quanto emerso fino ad oggi (mi limito a condividere la posizione di AS.TRO espressa attraverso il suo Presidente che identifica uno spazio enorme dove contemperare tutti gli interessi in campo tra l’attuale eccessiva offerta di pubblicità e il coprifuoco imposto dal decreto), mi sia concessa una considerazione personale che ancora non mi sembra sia stata fatta ma che secondo me merita attenzione: il divieto di sponsorizzazioni, seppur in maniera indiretta, causerà molti “danni sociali” soprattutto a scapito delle così dette fasce deboli, in particolare i giovani.

Spiego il motivo di questa mia convinzione.

Si è parlato tanto dei proventi di cui dovranno privarsi i grandi (e spesso ricchi) club di serie A per il venir meno di importanti contratti di sponsorizzazione, fino ad ora però nessuno ha parlato delle tantissime società sportive dilettantistiche che, anche a causa della crisi economica, fanno sempre più fatica per continuare la loro attività.

Dal punto di vista sociale, il ruolo svolto da queste società attraverso lo sport e i valori che esso si porta dietro, è fondamentale e non può essere messo in discussione da nessuno, anzi, con il venir meno degli oratori, delle piazze e dei tanti centri di aggregazione giovanile (quelli veri), le società sportive “di quartiere” o di piccolissimi paesi, rimangono l’unico punto di riferimento, oltre la propria famiglia (quando c’è), per la crescita psicofisica di milioni di minorenni.

Non a caso il valore di una nazione si misura anche con i risultati sportivi dei propri atleti (non solo il calcio). Sono sicuro che molte di queste società che fino ad oggi si reggevano su contributi di società riconducibili al gioco saranno costrette a chiudere o, come minimo, a ridimensionarsi lasciando letteralmente “in mezzo alla strada” (con i rischi che ne conseguono) tanti giovani e giovanissimi.

Chi ha scritto e sostenuto il decreto, e in più di un’occasione ha ribadito quali sono le finalità (ovvero la tutela delle fasce deboli), avrà tenuto conto anche di questo effetto? Il dubbio è legittimo. Non è una certezza perché il decreto contiene anche disposizioni a favore delle società sportive dilettantistiche ma che difficilmente riusciranno a risolvere i problemi causati dai divieti di cui sopra.

Tutto questo solo se venisse confermato che il nome di una gaming hall, di un titolare di concessione o di un’azienda di noleggio di slot e apparecchi rientrino in quella parte del DL Dignità che richiama a “forme indirette”.

Ma credo che per chiarire questo aspetto, proprio come sempre più spesso purtroppo accade nel nostro settore, servirà un’interpretazione autentica e/o la sentenza di un giudice chiamato a pronunciarsi dopo un ricorso.

Fatte queste considerazioni è inevitabile volgere lo sguardo (con notevole invidia) ad altri paesi evoluti dove il mondo del “gambling”, senza ideologie e preconcetti, ha fatto scelte diverse dalle nostre: le ragioni dell’exploit della Gran Bretagna ai giochi olimpici di Rio 2016 con un bottino di 27 ori, 23 argenti e 17 bronzi sono da trovare in vent’anni di investimenti nelle discipline olimpiche grazie agli incassi della lotteria nazionale, ovvero i Monopoli di Stato del Regno Unito. La svolta ci fu nel 1994, quando per rilanciare l’arte, la cultura e lo sport, l’allora premier John Major decise di utilizzare il gettito del gioco d’azzardo legalizzato, regolamentato e con una pubblicità disciplinata. Da anni, pertanto, gli atleti britannici hanno super strutture dove allenarsi e disputare ogni disciplina. Tra il 2012 ed il 2017 l’investimento nazionale negli sport olimpici è aumentato dell’11%, ovvero oltre 400 milioni che hanno permesso ai britannici di eccellere nelle discipline olimpiche.

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